Svizzera e accoglienza: l'esempio dei profughi ebrei nel '43

A Poschiavo sabato sera è stata riportata alla luce la vicenda degli oltre mille profughi ebrei che nel 1943, per fuggire all'Italia fascista, trovarono rifugio in Svizzera. Una parte di loro varcarono di nascosto il confine tra la Valtellina e la Valposchiavo. Alla serata pubblica era presente anche una testimone, che ha vissuto da vicino questo capitolo oscuro della storia.
03.03.2026
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Gruppo di persone sedute all'aperto in un'area circostante un edificio, con un uomo in uniforme che osserva. Sullo sfondo, un edificio con la scritta "R
Un gruppo di profughi davanti alla fabbrica di conserve di Campocologono. La foto storica è contenuta nel libro "La frontiera dalle uova d'oro" dello storico Andrea Paganini.
© Keystone-ATS

"Di preti coraggiosi, profughi ebrei in Valposchiavo e della locanda Paternoster" il titolo scelto per la partecipatissima serata a cui hanno dato il proprio contributo gli storici Andrea Paganini e Simone Evangelisti, oltre a Marisa Dalla Valle, una donna che di quei fatti fu testimone oculare.

"Si viveva nella paura. Mi auguro che quel periodo non torni mai più" ha detto quest'ultima, all'epoca una bambina che aiutava i genitori a servire in tavola nel locale di famiglia. Quella locanda Paternoster di Tirano, dove i profughi si fermavano a mangiare un boccone prima di attraversare il confine sul sentiero dei contrabbandieri con l'aiuto di un passatore.

"Senza il ricordo, le vittime diventano numeri"

Tutti i fatti relativi a questa dolorosa pagina di storia sono stati riassunti nel libro "La frontiera dalle uova d'oro" realizzato da Paganini: l'arrivo dei profughi, gli internati nel comune di Aprica, conosciuti come "Zagabri" per la loro provenienza est-europea; le figure dei preti cattolici don Giuseppe Carozzi e don Cirillo Vitalini, capaci di sfidare le ritorsioni del regime per cercare di mettere in salvo le vittime della persecuzione razziale; i pastori protestanti che, sul fronte elvetico, si diedero da fare per accogliere i profughi; ma anche e soprattutto le storie delle persone, come quella di Vittorina Ascoli, una madre di famiglia che perse la vita scivolando in un dirupo cercando di passare il confine nel dicembre del ’43.

"Perché senza il ricordo delle persone, le vittime diventano soltanto dei numeri", ha detto Evangelisti. Di qui l'idea di far aprire a quattro persone del pubblico una busta con una scheda da leggere: nome, cognome, data di nascita e data di assassinio nel campo di sterminio. Un impatto emotivo ben diverso dalla semplice enunciazione di una cifra.

"Nella sua ricerca Paganini ha citato anche i pastori protestanti, accanto ai preti cattolici, ma, da pastore, dico che se anche si fosse parlato solo di preti sarebbe andato bene comunque", ha aggiunto il pastore valposchiavino Paolo Tognina. "I valori del cristianesimo sono quelli della carità, della giustizia e della difesa dei più deboli, poco importa se declinati secondo la confessione cattolica o protestante. Questi sacerdoti hanno avuto il coraggio di metterli in pratica anche a costo di rischiare la propria vita. E quei valori erano validi allora e lo sono ancora adesso". Un monito, quello del pastore, più attuale che mai.