L'esito del voto è inequivocabile, con differenze regionali tutto sommato limitate. Campioni in questo ambito sono stati Basilea Città (71,1% di no), Vaud (67,1%), Neuchâtel (66,75%) e Giura (65,4%), seguiti a ruota da Berna (64,7%), Zurigo (64,3%), Ginevra (64,1%) e Grigioni (63,7%), particolarmente sensibili al tema.
I "no" meno convinti sono giunti da Svitto (51,1%), Sciaffusa (55,1%) e dal Ticino, dove le schede negative sono state il 53,3%: particolarmente presa di mira negli ultimi mesi, l'emittente RSI si è vista quindi sostenuta dalla maggioranza dei votanti.
Appare lontano comunque lo shock del 14 giugno 2015, quando il cantone italofono aveva respinto (52,0%) la modifica della legge sulla radiotelevisione, che prevedeva il passaggio a un prelievo generalizzato per tutte le economie domestiche e le imprese di una certa grandezza. A livello nazionale la normativa era passata per un soffio: 50,1% di "sì", meno di 4000 schede di differenza.
Contrariamente ad allora oggi il risultato è fin da subito apparso chiaro. Quando manca ancora lo spoglio di due comuni friburghesi i "sì" sono 1'143'825, i "no" 1'857'046: una differenza di oltre 700 mila schede. La partecipazione è stata elevata, sopra la media delle ultime votazioni: in Ticino si attesta al 58,2% e nei Grigioni al 55,2%. A Sciaffusa (72,1%) la percentuale più alta, ma in questo cantone è prevista una multa se non si vota.
L'esito del voto non si discosta nemmeno tanto dagli ultimi sondaggi, sebbene sia stato più netto del previsto. A metà febbraio si profilava infatti un "no" alle urne. Secondo il sondaggio SSR, il 54% avrebbe votato sicuramente o piuttosto contro l'iniziativa. In quello di 20 Minuten/Tamedia l'intenzione di voto per il "no" era al 57%.
Al termine di una campagna di votazione molto lunga e intensa, ha prevalso il maggior peso degli oppositori: a favore dell'Iniziativa SSR si sono infatti schierati solo l'UDC, la Lega dei Ticinesi, l'UDF, i Giovani liberali radicali e l'Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM). Tutto il resto dello spettro politico (PS, la maggioranza del PLR, Centro, Verdi e Verdi liberali), nonché il mondo sindacale e culturale si sono attivamente impegnati contro, esprimendo timori per la tenuta della coesione nazionale e dello stesso buon funzionamento della democrazia elvetica.
I contrari all'iniziativa sono stati aiutati anche dal Consiglio federale che, quale controprogetto all'iniziativa, ha deciso di ridurre il canone per le economie domestiche nel 2027 da 335 a 312 franchi e nel 2029 a 300 franchi. Dal 2027 inoltre circa altre 65'000 imprese non dovranno più pagare la tassa. In altre parole: dal 2027 solo il 20% delle imprese soggette all'IVA pagherà un contributo, oggi sono il 33%. Gli iniziativisti invece avrebbero voluto esentarle completamente da questo balzello.
La discussione sul servizio pubblico radiotelevisivo si è intrecciata inoltre con una situazione dei media in generale tutta da ridefinire, con i vari attori del ramo impegnati a far fronte a profondi mutamenti.
Vincitori e sconfitti
Per l'UDC, tra i promotori dell'iniziativa, la sconfitta non è una sorpresa: "il fatto che il PS abbia sponsorizzato la campagna contro la proposta con un importo record di 1,6 milioni non è insignificante: si tratta chiaramente di un investimento in quella che sembra essere l'anticamera del partito". Secondo i democentristi, il canone obbligatorio, "del tutto ingiustificato" per le imprese e i commercianti, rimane in vigore e deve essere pagato in base al loro fatturato.
Per il consigliere nazionale Thomas Matter (UDC/ZH), uno dei leader del comitato promotore dell'iniziativa, la riduzione di 35 franchi del canone alle economie domestiche decisa dal Consiglio federale, quale controprogetto, ha tolto slancio all'iniziativa.
Per il Partito socialista, il "no" all'iniziativa popolare "non è un assegno in bianco all'audiovisivo pubblico". Secondo il consigliere agli Stati Baptiste Hurni (PS/NE), costituisce semmai "un segnale chiaro dell'attaccamento della popolazione a un tale servizio".
"Avremo votato due volte su questo tema in pochi anni (nel 2018 quasi il 72% aveva respinto l'iniziativa "No Billag", ndr). Se per due volte di seguito il popolo dice no, credo che vorrà dire (...) che, per molti anni, la popolazione svizzera rimarrà legata a un audiovisivo pubblico forte", ha spiegato il "senatore" neocastellano.
Dal canto suo, la Società svizzera di radiotelevisione (SSR) interpreta il voto odierno come "un fattore di stabilità per l'intera piazza mediatica". La SSR farà tutto il possibile per continuare ad accompagnare il pubblico quotidianamente con un programma vario e solido. "Questa attestazione di fiducia rafforza la nostra volontà di restare vicini alle persone, nelle diverse regioni linguistiche così come nel digitale, e proseguiremo il percorso di trasformazione avviato dalla SSR", ha assicurato la direttrice, Susanne Wille.
Secondo l'Unione sindacale svizzera, respingendo nettamente l'iniziativa, la popolazione svizzera ha riaffermato il suo attaccamento a una SSR forte, presente in tutte le regioni e che offre una programmazione completa. Nell'epoca delle "fake news" e della disinformazione, i media di servizio pubblico sono più indispensabili che mai.
"Purtroppo, il Consiglio federale è già andato troppo oltre nelle concessioni accordate, decidendo tagli troppo drastici nel budget della SSR", si rammarica l'USS. Quest'ultima vigilerà affinché le riduzioni rimangano il più limitate possibile e affinché il personale sia trattato con rispetto e equità.
Per il sindacato Syndicom e l'associazione di categoria Impressum, il risultato odierno rappresenta un chiaro segnale a favore di media e servizi pubblici forti e pluralistici, nonché di una copertura in tutte le regioni linguistiche.
Il "no" all'iniziativa è anche un rifiuto "di una politica mediatica incentrata sui tagli e sui risparmi", ritiene Syndicom. "Chi vuole che il giornalismo credibile sia un baluardo contro la disinformazione e le fake news deve anche renderlo possibile, con finanziamenti stabili e buone condizioni di lavoro", ha sottolineato Stephanie Vonarburg, vicepresidente di Syndicom.
Nonostante il chiaro "no", l'Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM) intende continuare a lottare contro il canone per le aziende. Il suo direttore, Urs Furrer, ha annunciato in un'intervista alla televisione svizzero-tedesca SRF un nuovo tentativo di abolire almeno i contributi delle imprese, non specificando però in che forma.
Infine, il consigliere nazionale e membro del comitato contrario all'iniziativa, Martin Candinas (Centro/GR), ha dichiarato alla stessa emittente che anche gli oppositori al canone, dopo le loro ripetute sconfitte, dovrebbero rendersi conto che è ora di porre fine a questa campagna contro la SSR. Rivolgendosi all'USAM, Candinas ha affermato di essere stupito che questa associazione non abbia temi più importanti da affrontare.