È stata depositata ieri la candidatura multinazionale "Patrimonio alimentare alpino: programmi culturali di salvaguardia promossi dalle comunità" al Registro delle Buone Pratiche di Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale dell'UNESCO. Un traguardo che corona quasi quindici anni di lavoro, con il Polo Poschiavo (GR) fra i protagonisti nella costruzione della rete e nella redazione del dossier. La candidatura, coordinata dalla Svizzera e presentata con Francia, Italia e Slovenia, non chiede il riconoscimento di singole tradizioni, ma valida programmi di salvaguardia gestiti direttamente dalle comunità alpine. Una decisione sull'iscrizione potrà arrivare non prima del dicembre 2027.
Luminati: "Comunità protagoniste"
In un'intervista esclusiva a Keystone-ATS, Cassiano Luminati, direttore del Polo Poschiavo, spiega la portata strategica del percorso: "AlpFoodway ci ha insegnato che la salvaguardia del patrimonio alimentare funziona solo se le comunità sono soggetti attivi, non destinatari passivi". Il dossier documenta esperienze concrete: dai Parchi naturali regionali francesi del Massiccio delle Bauges alla Valchiusella in Piemonte con la cultura delle erbe selvatiche, dal programma sloveno di cucina tradizionale nell'Alta Carniola al modello Valposchiavo Smart Valley Bio. "Quest'ultimo ha trasformato la valorizzazione del patrimonio alimentare in strategia di sviluppo territoriale condivisa", sottolinea Luminati. "Migliaia di persone da tutto il mondo hanno visitato la Valposchiavo per studiare questo modello: quella capacità di attrazione misura la credibilità di ciò che abbiamo costruito".
"Salvaguardare non significa congelare"
Di fronte a cambiamenti climatici, spopolamento e pressione turistica, Luminati traccia una linea chiara: "Salvaguardare non significa congelare. Il patrimonio alimentare alpino è un sistema vivo, che si è sempre adattato. Salvaguardare e innovare sono le due facce dello stesso impegno". Le comunità che coltivano varietà cerealicole locali usano strumenti agronomici contemporanei; chi produce formaggi d'alpeggio dialoga con la ricerca sulla biodiversità. "Mantenere vivi questi saperi significa disporre di strumenti per affrontare il futuro", afferma.
Sullo spopolamento, la candidatura lega patrimonio e sviluppo economico: "Festival, filiere corte, turismo esperienziale non sono accessori, ma strumenti di salvaguardia. La trasmissione intergenerazionale richiede contesti in cui i giovani trovino un motivo per restare".
Quattro paesi, una rete
Coordinare Svizzera, Francia, Italia e Slovenia ha richiesto un linguaggio condiviso. "La sfida è stata descrivere pratiche diverse senza appiattire le differenze", racconta Luminati. Dopo lo stallo post-pandemia, nel 2024 l'Ufficio federale della cultura (UFC) ha assunto il coordinamento. "Senza l'impegno dell'UFC in questa fase finale, non saremmo arrivati al deposito il 30 marzo 2026".
La candidatura punta al Registro delle Buone Pratiche, non alla Lista Rappresentativa: "È una logica distinta. Validiamo programmi replicabili, non singole tradizioni", precisa Luminati. Le foodways alpine – ovvero pratiche, saperi e relazioni sociali legate al cibo – entrano così nel dibattito globale UNESCO. Esistono sinergie con altri riconoscimenti – transumanza, arte dei muretti a secco – ma con una differenza: "Quelle pratiche appartengono allo stesso universo culturale, ma la nostra candidatura documenta approcci trasferibili a comunità in tutto il mondo".
In Valposchiavo, il patrimonio immateriale dialoga con il sito UNESCO Ferrovia Retica Albula/Bernina: "Un paesaggio culturale richiede comunità vive, pratiche trasmesse, economie funzionanti", conclude Luminati. Il lavoro continua: le reti di salvaguardia non si fermano in attesa del riconoscimento, ma portano avanti una tradizione vivente dell'intera regione alpina.